Il futuro a 5 Stelle

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Il futuro con il Movimento 5 stelle é un dono del cielo

sabato 4 aprile 2026

La crisi medio orientale che mette Trump e Netanyahu Ko


Hormuz è chiuso da un mese. Secondo JPMorgan, il sistema globale sta passando da un problema di flussi a una rapida erosione delle scorte. Le scorte globali sono già crollate di circa 155 milioni di barili, uno dei cali più ripidi della storia. L’attività di raffinazione globale ha subìto un taglio di 2,6 milioni di barili al giorno. Il petrolio in transito è calato di 211 milioni di barili, l’equivalente della produzione giornaliera dell’Arabia Saudita.
L’onda d’urto si propaga verso ovest con precisione matematica, dettata dai tempi di navigazione: l’Asia sente già la stretta, l’Europa la sentirà a pieno verso metà aprile. Gli Stati Uniti, grazie alla produzione interna, sono gli ultimi della fila, anche se la California rappresenta un tallone d’Achille.
L’Iran ha trasformato Hormuz in uno strumento politico. Il parlamento ha formalizzato il pedaggio, rivendicando la sovranità. Passano solo le navi di Paesi non ostili: cinesi e indiane. Due porta container della COSCO hanno attraversato lo stretto lunedì mattina. I Pasdaran controllano il passaggio e lo concedono selettivamente in yuan, non in dollari. La de-dollarizzazione non è più una teoria: è la realtà quotidiana di Hormuz.
Il Wall Street Journal rivela che Trump sarebbe disposto a chiudere il conflitto anche senza aver ottenuto la riapertura dello Stretto perché i tempi supererebbero le quattro-sei settimane previste. Ma contemporaneamente minaccia la distruzione totale delle infrastrutture energetiche iraniane entro il 6 aprile. Ultimatum contraddittori, strategia segnata da incertezza, guerra agganciata ai mercati finanziari.
Ma la posizione giuridica iraniana cambia le regole. Un documento ufficiale della Repubblica Islamica dell’Iran, una Nota Informativa datata 30 marzo 2026, chiarisce in termini inequivocabili la dottrina giuridica con cui Teheran giustifica il controllo dello Stretto di Hormuz. Non si tratta di retorica: è un atto di posizionamento giuridico internazionale che, se consolidato in un eventuale cessate il fuoco, ridisegnerebbe l’architettura del commercio energetico globale. Il documento parte da una premessa: l’aggressione del 28 febbraio 2026 da parte degli Stati Uniti e di Israele è qualificata come “illegale, in contrasto con i principi fondamentali del diritto internazionale.” Di conseguenza, le misure iraniane sullo Stretto sono inquadrate come esercizio del “diritto intrinseco all’autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.”
Il cuore giuridico della posizione iraniana è questo: la guerra di aggressione ha reso insicuro il passaggio attraverso il mare territoriale iraniano nel Golfo Persico, creando una “situazione eccezionale di emergenza.” In tali condizioni, argomenta Teheran, il regime del passaggio inoffensivo (innocent passage) previsto dal diritto del mare è di fatto sospeso. Il documento cita esplicitamente l’articolo 14, paragrafo 4, della Convenzione del 1958 e gli articoli 19 e 39 della Convenzione del 1982 (UNCLOS), sostenendo che sono gli stessi aggressori ad aver violato il diritto del mare con l’uso della forza contro lo Stato costiero.
Da questa premessa discendono le regole operative che l’Iran sta applicando a Hormuz: il transito di tutte le imbarcazioni appartenenti o collegate alle “parti aggressori” e ai loro sostenitori è impedito. Il passaggio di Stati terzi è consentito solo a condizione che non pregiudichi la sicurezza nazionale iraniana né la pace nella regione del Golfo Persico. Il governo iraniano si riserva il diritto di impedire il transito di qualsiasi nave qualora sussistano “motivi ragionevoli” per considerarla una minaccia.
Tradotto: l’Iran non ha chiuso Hormuz. Ha istituito un sistema di controllo sovrano del passaggio — un casello geopolitico — in cui Teheran decide chi passa e chi no, sulla base di criteri politici e di sicurezza. Le navi cinesi, russe, indiane, pakistane, irachene, malesi e thailandesi passano. Le navi occidentali e dei Paesi alleati degli aggressori no.
Il documento si chiude con un passaggio che merita attenzione: “Le misure legali e legittime adottate dalla Repubblica Islamica dell’Iran continueranno a essere applicate fino al pieno raggiungimento di tali obiettivi e all’eliminazione della fonte dell’aggressione.” Ovvero: finché la guerra non finisce alle condizioni iraniane il regime di transito controllato resta in vigore.
Questo documento va letto in parallelo con la legislazione che il Parlamento iraniano sta redigendo per formalizzare la sovranità sullo Stretto e istituzionalizzare il pedaggio. Se il cessate il fuoco cristallizza questa situazione, un Iran che controlla il passaggio, concede corridoi ai Paesi BRICS, esige pagamenti in yuan e impone condizioni politiche al transito, il petrodollaro non sarà morto per decreto, ma per geografia. E l’Europa, Italia in testa, si troverà a dipendere non più da un mercato libero dell’energia, ma dalla buona volontà di Teheran e dalla mediazione di Pechino.
A tutto ciò si aggiunge lo Stretto di Bab el-Mandeb: qui il rischio è prospettico ma imminente. Gli Houthi sono entrati in guerra il 28 marzo, lanciando i primi missili contro Israele. La chiusura di Bab el-Mandeb, lo stretto tra Yemen e Gibuti, largo 26 chilometri, che controlla l’accesso al Mar Rosso, è stata dichiarata “tra le opzioni”.
Perché conta: con Hormuz chiuso, l’Arabia Saudita ha deviato parte delle esportazioni di petrolio verso il Mar Rosso tramite l’oleodotto Est-Ovest, fino al porto di Yanbu. Se anche Bab el-Mandeb chiude, i Paesi del Golfo perdono completamente la capacità di esportare verso l’Asia. L’oleodotto può trasportare solo una frazione dei volumi che passavano da Hormuz, ma è l’unica alternativa rimasta. Chiuderla significa chiudere tutto.
Il punto decisivo è che Hormuz e Bab el-Mandeb non svolgono la stessa funzione ma, insieme, possono paralizzare l’intera catena logistica globale. Se il primo blocca petrolio e gas, il secondo allunga tempi, costi e assicurazioni per i flussi tra Asia ed Europa. Oltre la metà del petrolio che transita quotidianamente da Bab el-Mandeb è diretto all’Europa, il che significa che il Vecchio Continente è più esposto a una chiusura di questo Stretto che a quella di Hormuz.
E c’è un elemento ulteriore: la missione europea Aspides, a guida italiana, opera proprio nel Mar Rosso. Se gli Houthi riattivano gli attacchi al traffico navale, come già fatto tra il 2023 e il 2025, l’Unione Europea potrebbe essere costretta a intervenire direttamente. L’Italia passerebbe da fornitore logistico a belligerante.
Gli Houthi per ora si tengono questa carta come ultima risorsa. Ma il messaggio è chiaro: il blocco di Bab el-Mandeb è l’arma nucleare economica dell’asse della resistenza. Se attivata, saremmo di fronte al più grande shock energetico dalla crisi del 1973, con una differenza: nel 1973 esistevano riserve di capacità produttiva inutilizzate. Oggi non esistono più.
Nel frattempo, mentre l’Occidente si divide tra gesti simbolici e impotenza strategica, il blocco BRICS si muove, non compatto come vorrebbe la retorica, ma con una lucidità di interessi che l’Europa si sogna.
Mosca è il convitato di pietra che incassa, la grande vincitrice collaterale di questa guerra. Il blocco di Hormuz ha fatto schizzare i prezzi del petrolio, e la Russia, che produce fuori dal Golfo e non dipende dallo Stretto, ne beneficia direttamente. Le entrate petrolifere russe sono in forte crescita da un mese, proprio mentre l’India e la Cina aumentano gli acquisti di greggio russo come alternativa alle forniture del Golfo ormai bloccate.
Ma c’è di più. Trump, nel tentativo di calmierare i prezzi, ha sospeso fino all’11 aprile le sanzioni sul petrolio russo per 30 petroliere collegate alla Russia nell’area asiatica, sbloccando circa 19 milioni di barili. Il Washington Post è chiaro: Mosca “si crogiola” nella decisione di Trump, sperando che porti a ulteriori alleggerimenti delle penalità che avevano appena cominciato a mordere. Per Mosca è un paradosso straordinario: la guerra americana all’Iran le restituisce libertà di commercio che le sanzioni per l’Ucraina le avevano tolto. Non è un caso che una petroliera russa, la Anatoly Kolodkin, ha appena consegnato 100.000 tonnellate di greggio a Cuba, il primo grande carico sull’isola in condizioni di blocco.
Inoltre, la Russia converte i pagamenti ricevuti in yuan in oro fisico alla Borsa di Shanghai consolidando quel meccanismo di regolamento alternativo al dollaro che i BRICS costruiscono pezzo per pezzo.
Il gioco è chiaro: più la guerra dura, più la Russia incassa, in petrolio, in oro, in leva negoziale sull’Ucraina.
Pechino è invece il principale cliente petrolifero dell’Iran: acquista circa il 90% dell’export di greggio iraniano. La portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha dichiarato fin dal 2 marzo che “gli attacchi USA-israeliani non hanno autorizzazione del Consiglio di Sicurezza ONU e violano il diritto internazionale”, chiedendo “l’immediata cessazione delle operazioni militari.” In una conferenza stampa ufficiale pubblicata sul sito del dicastero, Mao Ning ha aggiunto che “la Cina è profondamente preoccupata per la continua escalation e le ricadute, che hanno inferto un colpo alla pace e alla stabilità regionale e internazionale.”
Ma al di là delle dichiarazioni, è la strategia operativa di Pechino a raccontare la vera partita. Lunedì le due portacontainer della COSCO, la CSCL Indian Ocean e la CSCL Arctic Ocean, hanno finalmente attraversato Hormuz, dopo un primo tentativo fallito venerdì quando erano state costrette a invertire la rotta dall’IRGC Navy vicino all’isola di Larak. Bloomberg racconta che le navi, segnalando la proprietà cinese, hanno preso una rotta approvata dall’Iran vicino alle isole di Larak e Qeshm. È un passaggio negoziato, non libero.
Il Christian Science Monitor ha documentato come un colonnello cinese in pensione abbia scritto su Guancha.cn, influente sito cinese di analisi e commento, che “decine di navi in transito nello Stretto hanno aggiornato i segnali di destinazione per indicare che sono registrate in Cina o hanno legami con la Cina. È una pubblicità involontaria per Pechino: la sicurezza è legata alla Cina, il caos è legato agli Stati Uniti.”
Questa frase condensa l’intera strategia cinese. Pechino si presenta come la potenza stabile, pacifica e responsabile, in contrasto con gli Stati Uniti. Il commercio petrolifero tra Cina e Iran avviene ormai in yuan e tramite intermediari, aggirando dollaro e sanzioni. L’Iran ha aumentato la produzione a circa 1,5 milioni di barili al giorno, venduti a 110 dollari, principalmente alla Cina, con uno sconto massimo di soli 4 dollari, contro i 18 di sconto pre-guerra. I pagamenti avvengono tutti attraverso meccanismi alternativi al sistema SWIFT.
Il partenariato strategico Russia-Cina sta consolidando un nuovo meccanismo di regolamento globale: i flussi di transazioni in petroyuan confluiscono nell’oro fisico. Secondo Deutsche Bank, la guerra in Iran “potrebbe essere il catalizzatore per l’erosione del dominio del petrodollaro e la nascita del petroyuan.”
Ma Pechino non nasconde nemmeno la sua delusione verso Teheran. Il CSMonitor nota che la risposta “volutamente neutrale” di Pechino rivela un certo disincanto con il partner mediorientale. La Cina è irritata dagli attacchi iraniani ai Paesi del Golfo con cui ha forti relazioni commerciali. L’obiettivo cinese è preservare i rapporti con Arabia Saudita, Emirati e Qatar, sfruttando al contempo la propria posizione di primo partner commerciale dell’Iran per garantirsi l’accesso al greggio. Un equilibrismo che, a differenza di quello europeo, poggia su leve concrete.
E c’è la partita militare silenziosa. La Cina ha dispiegato la nave da intelligence Liaowang-1 nel Golfo dell’Oman, una piattaforma di sorveglianza marittima posizionata in prossimità del teatro di conflitto. Consegne di missili antinave supersonici YJ-12 all’Iran sarebbero imminenti, armi in grado di colpire a volo radente, potenzialmente pericolose anche per le portaerei americane. Pechino non entra in guerra, ma arma la deterrenza iraniana e monitora ogni mossa americana.
Al tempo stesso, New Delhi è sotto pressione crescente. L’India è il presidente di turno dei BRICS e Bloomberg titola che la guerra “mostra i limiti del blocco.” Modi deve navigare tra la dipendenza energetica dal Golfo, l’India è il secondo maggiore importatore di greggio dall’area dopo la Cina, con circa il 14,7% delle importazioni dalla regione, e la relazione strategica con Washington.
Le navi indiane hanno ottenuto finestre diplomatiche per attraversare Hormuz: il 26 marzo il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha annunciato che le navi di cinque nazioni, Cina, Russia, India, Iraq e Pakistan, sarebbero state autorizzate al transito. Cinque navi indiane LPG sono state evacuate dallo Stretto tra il 14 e il 24 marzo sotto scorta della Marina indiana nell’ambito dell’Operazione Sankalp. Ma il processo è stato interrotto dopo i bombardamenti israeliani su South Pars, e l’agenzia Reuters riferisce che i trader iraniani hanno offerto ai raffinatori indiani pagamenti in dollari o in rupie, non necessariamente in yuan, a dimostrazione che la de-dollarizzazione non è un processo lineare né uniforme.
Ma l’India sta accelerando gli acquisti di sistemi di difesa aerea russi e ha aumentato le importazioni di petrolio russo, scelte che parlano più delle dichiarazioni diplomatiche. Nel frattempo, dal basso, le comunità sciite indiane organizzano raccolte fondi per la popolazione iraniana bombardata e bambini che rompono i salvadanai a Srinagar, nel Kashmir, per mandare aiuti a Teheran, sono immagini quotidianamente presenti negli schermi televisivi indiani. Il Sud Globale si mobilita, anche quando i governi temporizzano.
Ed ecco il paradosso: nel 1973, i consumi di petrolio mondiali erano concentrati in USA, Europa e Giappone (circa 35 milioni di barili al giorno), mentre Cina e India si limitavano a meno di 2 milioni. I dati del 2025 mostrano una situazione radicalmente diversa: consumi occidentali in leggera diminuzione e un balzo a 22 milioni di barili al giorno per Cina e India. L’interruzione di Hormuz oggi penalizza i Paesi asiatici almeno quanto quelli occidentali. Ma con una differenza cruciale: Cina e India hanno negoziato corridoi di transito con l’Iran. L’Europa no.
Il messaggio strutturale è inequivocabile. Il blocco BRICS vede nell’attacco all’Iran la prova definitiva che l’Occidente ha abbandonato ogni pretesa di legalità internazionale. La domanda che rimbalza da Nuova Delhi a Johannesburg, passando per Brasilia, che ha criticato le azioni militari e ribadito la necessità di soluzioni diplomatiche, è: se una superpotenza può attaccare senza mandato ONU e durante una trattativa, chi sarà il prossimo?
E c’è un dato che dovrebbe far riflettere l’Europa e l’Italia: l’Iran, sotto le bombe, sta negoziando da una posizione di forza che nessuno a Washington aveva previsto. La Nota Informativa del 30 marzo dimostra che Teheran non sta improvvisando: sta costruendo una dottrina giuridica strutturata per trasformare il controllo di Hormuz da misura emergenziale in regime permanente. Il Parlamento iraniano sta redigendo una legislazione per formalizzare la sovranità sullo Stretto e istituzionalizzare un sistema di pedaggio. Se una qualsiasi versione di questo accordo sopravvive al cessate il fuoco, l’Iran controllerà un casello sul 20% dell’offerta petrolifera mondiale, una fonte di reddito che surclassa le sue attuali esportazioni sanzionate. Russia-Iran-Cina, è il triangolo che fa da ponte di comando grazie a energia e oro.”
L’effetto strategico è l’esatto opposto di quello voluto da Washington: accelerazione della de-dollarizzazione, creazione di circuiti finanziari chiusi e indipendenti, consolidamento dell’asse energetico Russia-Iran-Cina con regolamenti in yuan garantiti dall’oro.
Per l’Italia, che è fuori da tutto questo, la lezione è amara. Il mondo multipolare non è più una proiezione: è la realtà quotidiana dello Stretto di Hormuz, dove passano le navi cinesi e indiane e non passano quelle europee. E noi, con il 45% del gas dal Qatar, l’oro all’estero, oltre 120 basi americane sul territorio, siamo dalla parte sbagliata del casello.
Russia, Cina e India costruiscono circuiti energetici e finanziari alternativi, regolano il petrolio in yuan, convertono i pagamenti in oro e attraversano Hormuz con le loro navi, l’Europa e l’Italia restano a guardare dalla parte sbagliata del casello, a pagare il prezzo di una guerra che non hanno scelto, per un ordine mondiale che non le protegge più.
La domanda non è se Crosetto ha fatto bene a fermare due aerei. La domanda è: quando l’Italia deciderà di essere un Paese, e non una piattaforma?

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