Il futuro a 5 Stelle

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Il futuro con il Movimento 5 stelle é un dono del cielo

martedì 10 agosto 2010

Intervento di Renato Soru su Autonomia, Federalismo, Sovranità, Indipendenza della Sardegna

Autonomia, Federalismo, Sovranità, Indipendenza

Pubblichiamo i due interventi di Renato Soru tenuti nel corso della Tavola Rotonda "Autonomia, Federalismo, Sovranità, Indipendenza. Quale Statuto per la Sardegna?" organizzato da Sardegna Democratica Venerdì  9 aprile al Mediterraneo di Cagliari a cui hanno partecipato anche Antonello Cabras, Massimo Dadea, Pietrino Soddu, Ornella Demuru, Bustianu Cumpostu, Gavino Sale, Gesuino Muledda, Benedetto Barranu. Nei prossimi giorni pubblicheremo le altre trascrizioni (NdR).
Io credo sia stato interessante anche quest'ultimo intervento (riferito a Ornella De Muro, segretaria nazionale di iRs) e mi fa piacere parlarne, così comprendiamo anche le differenze, e direi anche le incomprensioni e la fatica che talvolta facciamo a capirci, perciò  vorrei  provare a riflettere su qualche parola.
Popolo sardo, ad esempio. È un tema che appartiene alla tradizione della sinistra sarda. Chi di noi non lo ha usato? E' un tema usato da Pietrino Soddu, oggi, da Massimo Dadea, da Antonello Cabras, da Renato Soru. Lo ha usato Renzo Laconi. Popolo Sardo è una parola della sinistra, di tutti noi qui dentro.
Nazione sarda, c'è pure chi qui dentro ci ha scritto un libro, è un dirigente del Partito democratico. Il tema della nazione senza Stato è un tema che appartiene  alla tradizione della sinistra della Sardegna da Renzo Laconi e oltre. Tutti noi ci riconosciamo in una nazione senza Stato. Se oggi riusciamo a  chiarirci questo, almeno abbiamo fatto un passo avanti. Almeno questo dovremo darlo per acquisito. Stiamo cercando qui di fare un passo avanti. Provo a dare il mio contributo, sebbene ancora non del tutto  chiaro. Naturalmente la situazione politica è difficilissima, come poco fa diceva Giacomo Mameli, in Sardegna e forse di più anche in Italia. E la situazione politica  in Italia mi riguarda.
Quando abbiamo pensato questo convegno, lo abbiamo pensato come un convegno che ci consentisse di affrontare   questi temi.  Naturalmente non avevamo previsto che di lì a poco ci sarebbero state le elezioni regionali e che sarebbero andate in questo modo,  che ci avrebbero mostrato  con maggiore evidenza quello che adesso si sta verificando in Italia. Il protagonismo della Lega, la forza  e anche la prospettiva storica in cui ci sta portando. E probabilmente ci suona anche la campanella della fine della ricreazione. Il tempo perché ci si possa ancora intrattenere a discutere qui in Sardegna se occorra uno statuto con la costituente,  o senza costituente, e così  continuare a non decidere e non prendere coscienza di quello che sta accadendo, della responsabilità a cui siamo chiamati. Quel tempo è probabilmente scaduto e quindi credo che sia urgente effettivamente fare un passo avanti. 
Ancora le parole ci aiutano, autonomia ad esempio.  Pietrino Soddu ci ha ricordato come ci siamo arrivati e ha posto il problema in una prospettiva storica ed eventualmente anche come superarla. Autonomia, federalismo, sovranità, indipendenza. Sono tutte parole che abbiamo già acquisito almeno per quel che mi riguarda. Autonomia. Sovranità.  Noi abbiamo persino usato questo termine  nei nostri testi di legge. E la corte costituzionale ce lo ha cassato, durante il governo di Romano Prodi.  Ha discusso un pochino se decidere per il sì o per il no e alla fine la ha cassata. Ha scelto per il no. Ma ha detto no quella volta lì. Probabilmente senza troppi stravolgimenti la prossima volta dirà che si può usare. Quella volta lì (poi me lo spiegarono), nonostante molta dottrina anche del centro-sinistra, Bassanini compreso- marito in seconde nozze  dell'allora ministro Lanzilotta che aveva proprio la responsabilità di fare ricorso alla corte costituzionale- Bassanini diceva che ormai è termine acquisito. Che la sovranità in Europa è distribuita.
C'è una  sovranità in capo all'Europa, c'è una sovranità nazionale e c'è una sovranità in capo alle regioni,  e c'è una sovranità a cui abbiamo diritto e di cui dobbiamo anche farci carico responsabilmente. Acquisire nuovi margini, nuovi spazi, nuove aree di sovranità credo che sia e debba essere non semplicemente un nostro auspicio ma è nostro dovere immediato e non di un futuro lontano. 
Poi c'è il termine indipendenza, che significa "non dipendenza". Io credo che non si voglia essere dipendenti di qualcuno. Ma nel mondo di oggi tra essere dipendenti ed essere soli credo ci sia una via di mezzo che è quella delle alleanze, delle interdipendenze. Già oggi vedo come lo Stato italiano si sia messo in una rete di interdipendenze, compresa l'interdipendenza con l'Europa e noi tutti auspichiamo che in un sistema ancora più complesso, ancora più coeso, più permeato di nuove interdipendenze, si formi un'Europa dei popoli sempre più importante per tutti noi.
Quindi,  un popolo sardo che può stare benissimo in Italia, dove peraltro nella costituzione -qualcuno l'ha ricordato pochi giorni fa-,  non si parla mai del popolo italiano. Si parla del popolo e dentro il popolo ci possono essere tanti popoli, così come in Europa si parla dell'Europa dei popoli e non si dice tanti popoli esattamente pari al numero degli stati. Anzi ne fa un valore delle differenze,  delle diversità linguistiche culturali e lo stesso io penso possa accadere in Italia. Quindi io sto bene in un sistema di indipendenza,  di interdipendenze che mi responsabilizzino sempre di più, che mi restituiscano maggiori spazi di sovranità, pur rinunciando ad essere solo.  Poi, siccome tutti passi non li dobbiamo fare oggi, penso comunque che questo sia un passo importante che possiamo decidere di fare oggi.
Io mi sento come un cittadino con due passaporti, con un passaporto sardo e un passaporto italiano e per la verità io voglio bene ad entrambi . Se mi chiedono qual è la mia piccola patria certamente questa è la terra che io ho calpestato a Sanluri, in campagna,  nel paesaggio di Sanluri. Se mi immagino da vecchio, io mi immagino a Sanluri. Non di meno, vorrei dire che porto nel cuore anche le lotte dell'antifascismo, l'Italia repubblicana, la scrittura di questa costituzione, quel che c'è scritto dentro, l'enunciazione di quei diritti, le lotte dei lavoratori, la storia di Di Vittorio. Il fatto che una persona anziché in Sardegna bensì in Puglia. A Cerignola  fa una prima scuola per chi a scuola non ci sarebbe mai potuto andare. Tutto questo fa parte della mia storia e non vorrei rinunciare neanche a questo. Non ho bisogno di ricordare -spero che facciano parte della mia storia-  le storie che tutti noi conosciamo persino nella lingua nelle quali le abbiamo imparate e nel paesaggio in cui le abbiamo viste e nella luce in cui le abbiamo frequentate.
Vorrei fare un passo avanti. Quando si cambia in maniera così radicale normalmente è perché succede qualcosa. La Repubblica italiana è nata dopo la guerra, occorreva far ripartire un Paese segnato dai totalitarismi, la guerra civile. Prima è stata presa una decisione importante e cioè ci si è chiesti che tipo di Paese si volesse costruire e si è deciso di fare una Repubblica. Ci si è dati delle regole, la Costituzione. Altre volte i paesi sono nati da ribellioni, vengono in mente i coloni di Boston e alla fine si ribellarono e si ribellarono per un fatto molto semplice. Volevano tenersi i loro soldi e non dover pagare il dazio a nessuno, tanto meno intendevano mandare i loro soldi in Inghilterra. Preferivano ovviamente trattenerli lì, una cosa del tutto condivisibile. insomma molto spesso le ribellioni nascono proprio da questo, dal fatto che non si vogliano trasferire ad altri i propri denari. 
Sono molto rare invece  nella storia le ribellioni di qualcuno che dice "basta, smettila di mandarmi dei soldi, sono stufo di essere poco dignitoso, smettila di mandarmi dei soldi". Purtroppo succede raramente. Se vogliamo invece riferirci all'Italia, in qualche modo la prima "ribellione" leghista è stata questa. E'stata una ribellione secondo lo stile americano che dice basta. Il 48 è trascorso da tempo. Sono trascorsi sessant'anni o 50 se si considera quando loro hanno incominciato. Basta Roma ladrona, vogliamo tenerci i soldi. I soldi sono nostri, facciamo per conto nostro e pur di ammantare di una qualche nobiltà questa loro richiesta, in verità molto prosaica, quella di trattenersi soldi, si sono inventati i miti, come Ornella De Muro ricordava, si sono inventati il paganesimo dell'ampolla, il dio Po è tutta una serie di riti pagani.
Un aspetto, questo, totalmente trascurato dalla Chiesa, che infatti ci invita a votare Lega. Si inventano i miti, si inventano una geografia, s'inventano un popolo, s'inventano un'idea, ma alla fine capiamo che è solo per tenersi i soldi. E io credo che abbiano avuto così tanto successo in questi anni - anche recentemente- certamente perché sanno stare nel territorio, come tutti ci siamo abituati a dire. Certamente perché sono molto bravi, ma soprattutto perché dicono una cosa molto semplice. Perché loro dicono al loro vicino di casa: "ma senti tu, vuoi che i tuoi soldi li tratteniamo qui o preferisci che li mandiamo in Calabria o in Sardegna?". Chiunque ovviamente risponderà che i soldi preferisce tenerseli a casa. Io credo che sia molto più difficile vincere, quand'anche si sia ancorati nel territorio, andando a spiegare alla gente "senti tu che lavori tanto e sei bravo, anzi sei bravissimo,  cerca di essere anche solidale, quindi tratteniamo i tuoi soldi e aiutiamo i vicini e i poveri a crescere!". Penso che sia molto più difficile riuscire a prendere i voti in questo modo. Dunque io credo che sia questa in sostanza la rivoluzione della Lega.
Sono molto d'accordo con quanto diceva Pietrino Soddu. E cioè che non hanno più nessuna idea separatista perché ormai possono comandare a casa loro e anche in casa nostra. Non si separeranno più, si terranno i soldi per loro, immaginano cioè un'Italia diversa dove ognuno trattiene i propri soldi. Per qualche tempo possono conservare, come loro dicono, dei margini di solidarietà all'interno di costi standard, ma solo per qualche tempo e poi basta. Per il resto, per quel poco di solidarietà diciamo stizzita, possono comandare nel resto dell'Italia. Si tengono un mercato, si tengono il potere politico, si tengono mille opportunità, come stanno dimostrando in questi giorni con la pretesa di vendere il faro dell'Asinara, dopo che è stato effettivamente trasferito dal demanio alla regione con una firma che io ho apposto  insieme al direttore generale del demanio (la moglie di Follini di cui adesso non ricordo il nome). Se gli si dice: ma quello è di proprietà  della regione, "va bene", risponde l'altro, "ma se non lo usi me lo prendo lo stesso, anzi sai che ti dico, mi prendo quello di Capo Mannu". Questo vuol dire che siamo allo sberleffo, e vuol dire che hanno intenzione di occuparsene di questi territori. Li sentono come cosa propria.
In Sardegna, nel momento in cui vogliamo fare un passo in avanti e fortunatamente non abbiamo avuto guerre o cose di questo genere, è questo passo avanti non siamo nemmeno chiamati a farlo semplicemente perché stufi di pagare il dazio e la dogana e montagne di risorse economiche, di trasferimenti che ogni anno facciamo a Roma. Perché non è così. Perché è un po' più quello che ci danno di quello che noi diamo allo Stato. Allora dobbiamo comprendere bene, prima di parlare di questi temi, che tipo di Sardegna abbiamo in mente e che tipo di consapevolezza abbiamo. 
Indipendenza o comunque essere sovrani,  comporterebbe la capacità di autogovernarsi e di decidere alla pari la propria indipendenza e la propria sovranità che si vuole condividere con altri. Decidere alla pari e confrontarsi alla pari significa anche la necessità di porsi alla pari e porsi alla pari anche da un punto di vista economico. Intendo dire di porsi alla pari dal punto di vista dell'indipendenza economica. È difficile questo se si va a dire: "senti io voglio essere indipendente da te ma tu continua mandarmi soldi". Questo  non sarebbe credibile e io credo che non sia neanche giusto. "Senti io voglio essere lasciato in pace e voglio comandare a casa mia, ma tu ricordati ogni 30 del mese di mandarmi i soldi". Non sta in piedi. Allora innanzitutto i conti. Ce la facciamo a bastare a noi stessi? o meglio, prima domanda: i Sardi di oggi sono talmente fieri, dignitosi e orgogliosi e non gliene frega nulla di essere più poveri ma padroni in casa propria? in maniera tale da dire: non ci importa se arriva qualche soldo in meno,  non importa se poi ai comuni arriva qualche soldo in meno o se magari non arriva più nessuno a cui rivolgerci per cercare di coprire questo gap nelle infrastrutture, basta siamo stufi ci pensiamo noi nei prossimi anni anche rinunciando a qualcosa.
È quello che fanno tutti quando diventano adulti. Abbandonano il tetto paterno. Rinunciano a qualcosa, molto spesso la casa su cui si va ad abitare è meno comoda della casa dei genitori, con una automobile più piccola. Risparmiano. È comunque un'indipendenza che qualcuno può scegliere di vivere. Potrebbe essere che la Sardegna sia pronta a fare questa discussione? Bisogna andarglielo a spiegare. Oppure bisogna che tanta gente si faccia carico di intuire questa volontà della Sardegna. Oppure, ed è certamente il caso attuale, occorre dire: "guardate forse non siamo orgogliosi fino a questo punto, però bisogna che ci svegliamo, perché orgoglio o non orgoglio i soldi comunque smetteranno di darceli". L'impressione che ho è che orgoglio o non orgoglio, le regioni del Nord si organizzeranno in maniera tale che smetteranno di dare risorse al sud. E certamente non verranno più dalla generosità delle regioni del nord i grandi investimenti infrastrutturali, gli investimenti per coprire i gap che ancora vanno coperti nelle dotazioni delle nostre regioni. Oppure i grandi investimenti per le università di eccellenza, per realizzare centri di ricerca di eccellenza, oppure gli sforzi per convincere l'Eni ad aprire un altro stabilimento, oppure gli sforzi per migliorare comunque la qualità della nostra vita. Io penso che lì, al nord, vi sia qualcuno che pensa che noi viviamo fin troppo bene, che noi viviamo al di là dei nostri meriti e che quindi, se per caso ci chiudono un pochino i rubinetti hanno ragione e lo possono fare.
Allora, ci piaccia o non ci piaccia, poco o tanto l'orgoglio, siamo chiamati a delle responsabilità che non avevamo immaginato nel recente passato ed era di prenderne pienamente coscienza e agire di conseguenza. Io credo che ne valga la pena e anche senza troppa paura. È vero che probabilmente non bastiamo a noi stessi ancora, però credo che non siamo tanto lontani da questo risultato e credo che questa differenza tenda a ridursi, sia perché qualcosa in più possiamo fare e della necessità possiamo fare virtù. Quindi da una parte cresciamo noi è dall'altra parte tende a ridursi la generosità della solidarietà nazionale. Non è impossibile pensare di potercela fare da noi. Non è impossibile se poi teniamo conto di tante cose. Se teniamo conto persino dei diritti dell'autonomia che non abbiamo mai voluto esercitare fino in fondo, compreso il diritto della imposizione fiscale.
Quanta parte della Sardegna si è scandalizzata perché abbiamo incominciato a chiedere un euro a qualcuno che si era impossessato, nel rispetto di tutti i diritti civili, di alcuni beni ambientali limitatati. Quanta gente si è scandalizzata perché non riusciva a vedere in maniera un poco più estesa del proprio porticciolo turistico, e si lamentavano dicendo che nel proprio porto turistico, appunto, c'erano meno barche? E dunque non facciamo pagare le tasse persino agli yacht di venti metri, eppure i nostri autobus pagano tranquillamente 600 o 700 euro per parcheggiare a Firenze. E cioè da un parte c'è la necessità di guardare alla Sardegna e di guardare alla Sardegna domani, e dall'altra c'è molto della Sardegna che guarda dentro i posti barca del proprio porto e da lì non si muove.
In Sardegna mancano oltre centomila posti di lavoro,  sono i famosi 100.000 posti di lavoro che poco più di un anno fa Berlusconi prometteva. Che riteneva realizzabili concentrandoci sul giardinaggio e sulle piante officinali. Ma io credo che questi posti di lavoro non verranno così facilmente e non verranno certo dalle piante officinali. Io credo che verranno da una scuola migliore, da una capacità di acquisire un'istruzione maggiore, da una capacità maggiore di fare ricerca. Ed io non vedo uno stato impegnato in questo. Non vedo uno stato impegnato a darci una scuola migliore in questi ultimi anni. E' impegnato  piuttosto a licenziare 1000 persone e vedo la regione sarda pronta a usare i nostri soldi per dare un palliativo ai precari. Licenziano il personale delle scuole, indeboliscono, per non usare altri termini, l'università, indeboliscono la possibilità dei nostri trasporti interni. Persino si fanno beffa dell'utilizzo dei nostri territori, dei nostri beni, dai fari,  alle servitù militari, e così via.
Insomma quei 100.000 posti di lavoro, io credo che non arriveranno grazie alla  benigna attenzione del governo nazionale. Non credo che verranno dalla benevolenza del governo nazionale così come lo vediamo oggi e come lo vedremo nei prossimi anni e soprattutto  da questa impostazione culturale che si è impossessata dell'Italia. Ci piaccia o no dobbiamo fare dei passi avanti. La politica in Sardegna è preparata per questo? Forse. I partiti sono preparati per questa discussione? Per niente. I partiti sono impegnati in altre cose. Quindi credo che valga la pena che ci diamo una mano tutti insieme, che proviamo a smetterla di scherzare e a capire che cosa dobbiamo fare.
Replica finale di Renato Soru
Si sono già fatte le 21.30, è da tre ore e mezza,  più o meno che voi siete qui ed è da tre ore e mezza che si discute di un tema importante. Credo che si possa dire dunque che è stata una bella iniziativa politica, persino importante. Gavino Sale ha richiamato il senso di una festa per tutto questo, auspicando la possibilità di incontrarci  in una festa tutti insieme per dire che crediamo esista una nazione sarda, che esiste una nazione senza Stato che esiste un popolo sardo. Mi pare si possa dire che questa festa si sia già svolta oggi qui.
Nessuno di noi, come dicevo, si sottrae all'uso di quelle  parole, e  qui avete avuto la conferma. Credo importante, da parte di autorevoli dirigenti del Pd, Antonello Cabras, Massimo Daddea, Benedetto Barranu, che è stato qui, e altri che sono presenti in sala che siamo dentro quella linea di pensiero e persino dentro la tradizione di una buona parte della sinistra sarda.  Non mi pare cosa da poco esserci scambiati oggi queste riflessioni e informazioni e in più riuscire ad essere conseguenti nella strada da percorrere. Abbiamo anche detto che abbiamo necessità di maggiore sovranità e che abbiamo necessità non di una indipendenza che significhi stare soli, ma di una indipendenza fatta di interdipendenze. Ci  è stato  anche detto però, in tono polemico, che l'unica interdipendenze che abbiamo è con lo Stato italiano. Quindi di fatto una dipendenza.
Vorrei dire a tutti noi che siamo qui, che credo sia importante aprire un nuovo livello di interdipendenze con l'Unione europea. Non so in quale modo ma certamente è importante, e stiamo cercando proprio un sistema di interdipendenze che oggi è con lo Stato italiano. Che deve essere cercata con l'Unione europea e che domani potrà essere con l'Unione dei paesi del Mediterraneo. Chissà cosa ci riserverà il mondo. È un altro riconoscimento importante che ci stiamo facendo reciprocamente. Non occorre pensare che ci si possa riunire domattina da qualche parte e dichiarare la via dello Stato della Sardegna. Sappiamo bene dove siamo. Possiamo però immaginare una strada che possiamo percorrere per darci molto di quello che sul tema dell'indipendentismo riteniamo oggi essere importante. 
Appunto una nazione. Un auspicio anche di riconoscimento statuale. Un popolo senza stato. Desiderio di sovranità esercitata. Interdipendenza con l'unione europea innanzitutto e con altre e con altri organismi che potranno esserci che potranno sorgere in futuro. Interdipendenze con altre regioni mediterranee come avevamo iniziato ad avviare con isole Baleari con la stessa Malta, le cosiddette euroregioni.
Io che più recentemente degli altri ospiti ho fatto il presidente della regione mi sono occupato del bilancio della regione ed ho introdotto un tema arido  nella discussione, quello del bilancio della regione. Possiede le risorse, perché i paesi vivono anche di risorse. Io l'ho introdotto per dire ce 'abbiamo questa consapevolezza, sappiamo che comunque dobbiamo "bastare a noi stessi" ? Abbiamo un orizzonte di futuro nel quale riteniamo di poter "bastare a noi stessi"? Non riesco a dirlo diversamente: "bastare a noi stessi" . Poi certo possono esserci delle stagioni nella vita nelle quali possiamo ricorrere ad un mutuo e ripagarlo in un'altra stagione della vita. "Bastare a noi stessi" può anche voler dire che una strada la posso fare con un project  financing. "Bastare  a noi stessi" è comunque un'assunzione di responsabilità e di consapevolezza, di maturità,  e mi pare che noi tutti oggi abbiamo detto che assolutamente possiamo "bastare a noi stessi".
Vorrei aggiungere ancora un'informazione,  possiamo tranquillamente dirlo ai nostri amici e anche in giro per la Sardegna:  non preoccupatevi,  possiamo "bastare a noi stessi" e non solo, perché oggi già quasi bastiamo a noi stessi. Credo sia un'informazione importante, che dà qualche rassicurazione. Certo è che decisioni di questo genere si prendono innanzitutto col cuore,  e non con la calcolatrice e credo che ciascuno di voi oggi abbia espresso con molta forza un'adesione culturale amorosa. La questione è che se oltre ad avere l'adesione convinta delle avanguardie, avessimo anche l'adesione convinta ad esempio del Pd,  che magari aspira ad avere il 30%, sarebbe questo un  bel passo avanti. Sarebbe come moltiplicare per 10, più o meno,  il livello di adesione a questo progetto da parte di questa regione. Certo, se dovesse aderire il Pd, se dovessero aderire gli altri gruppi, il Rosso Mori ad esempio e altri del centro-sinistra, e ancora altri gruppi  non necessariamente del centro-sinistra, sarebbe un bel passo in avanti, sicuramente foriero di importanti novità.
Che fare? Antonello Cabras ha rotto gli indugi e ha presentato un disegno di legge in merito, Francesco Cossiga ne aveva presentato uno qualche anno fa, e anche altri, Massidda  ad esempio, lo ha  più o meno annunciato.
Da qualche settimana abbiamo discusso di questo "ordine del  giorno voto" che significa battere comunque un colpo. Il consiglio regionale batte un colpo e in modo solenne notifica a Roma che una stagione si è conclusa e che se ne vuole aprire un'altra. Il che non significa avere uno statuto già pronto e avere l'approvazione domani da Roma, ma certamente dire in maniera solenne che si vuole aprire una discussione. Oggi possiamo dire di voler aprire una discussione andandoci  anche preparati, coscienti dell'obiettivo che intendiamo realizzare e fin dove intendiamo spingerci, in maniera consapevole e non solamente ideale.
Questo ordine del giorno voto, che nella scrittura attuale prevede una Costituente,  e secondo il mio pensiero,  se lo vogliamo approvato dal consiglio regionale è meglio che preveda il protagonismo del consiglio regionale, credo sia ora di presentarlo. Lo presenteremo, c'è qui Mario Bruno, capo gruppo del Pd in consiglio regionale, a chi  ci sta firma. Per come stanno andando le cose in queste ultime settimane in consiglio regionale,  di fatto continuiamo a firmare ordini del giorno all'unanimità. Anche ieri abbiamo firmato un altro ordine del giorno all'unanimità, in cui addirittura ci lamentiamo del governo che ci ha sottratto  i soldi. Sono persino sorpreso, credo che verrà accolto.
Credo quindi che inizi una fase importante del dibattito politico. Adesso facciamoci queste elezioni provinciali con qualche amarezza di troppo credo, e credo che ciò di cui abbiamo parlato oggi sia  decisamente molto più importante. Chi è intervenuto per ultimo le province le ha persino cancellate e quindi possiamo andare avanti. Grazie a tutti.


14 aprile 2010

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