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domenica 25 luglio 2010

Travaglio intervista il Dott, Roberto Scarpinato procuratore generale a Caltanissetta


da Il Fatto Quotidiano, 24 luglio 2010

scarpinatoDottor Roberto Scarpinato, come nuovo procuratore generale a Caltanissetta lei dovrà occuparsi dell’iter della revisione del processo per la strage di via D’Amelio, che a quanto pare ha condannato definitivamente almeno sette persone innocenti, di cui tre si erano autoaccusate falsamente. Ora, sulle stragi del 1992-93, i suoi colleghi di Palermo e Caltanissetta dicono che siamo prossimi a una verità che la classe politica potrebbe non reggere. Qual è la sua opinione? 
Proprio a causa del mio nuovo ruolo non posso entrare nel merito di indagini e processi in corso. Mi limito a un sommario inventario che induce a ritenere che i segreti del multiforme sistema criminale che pianificò e realizzò la strategia terroristico-mafiosa del 1992-93 siano a conoscenza, in tutto o in parte, di circa un centinaio di persone. E tutte, dalla prima all’ultima, continuano a custodirli dietro una cortina impenetrabile.

E chi sarebbero tutte queste persone?  
Partiamo dai mafiosi doc: Riina, Provenzano, i Graviano, Messina Denaro, Bagarella, Agate, i Madonia di Palermo, Giuseppe Madonia di Caltanissetta, Ganci padre e figlio, Santapaola e tutti gli altri boss della “commissione regionale” di Cosa Nostra che si riunirono a fine 1991 per alcuni giorni in un casale delle campagne di Enna per progettare la strategia stragista. Una trentina di boss che poi riferirono le decisioni in tutto o in parte ai loro uomini di fiducia. Altre decine di persone. Nessuno di loro ha mai detto una parola sul piano eversivo globale. Le notizie che abbiamo ce le hanno fornite uomini d’onore che le avevano apprese in via confidenziale da alcuni partecipanti al vertice, come Leonardo Messina, Maurizio Avola, Filippo Malvagna. Altri a conoscenza del piano sono stati soppressi poco prima che iniziassero a collaborare, come Luigi Ilardo, o sono stati trovati morti nella loro cella, come Antonino Gioè. Agli esecutori materiali delle stragi o di delitti satellite, i vertici mafiosi in genere non rivelavano i retroscena politici del piano stragista, si limitavano a fornire spiegazioni di causali elementari e di copertura. Aggiungiamo i vertici della ndrangheta che, come hanno rivelato vari collaboratori,tennero nello stesso periodo una riunione analoga nel santuario di Polsi.  

Chi altri sa? 
È da supporre una serie di personaggi che anticiparono gli eventi che poi puntualmente si verificarono. L’agenzia di stampa “Repubblica” vicina a Vittorio Sbardella, ex leader degli andreottiani romani (nulla a che vedere col quotidiano omonimo) scrisse 24 ore prima di Capaci che di lì a poco si sarebbe verificato “un bel botto” nell’ambito di una strategia della tensione finalizzata a far eleggere un outsider come presidente della Repubblica al posto del favoritissimo Andreotti. Il che puntualmente avvenne, così Andreotti fu costretto a farsi da parte e venne eletto Scalfaro. Anni dopo Giovanni Brusca ha riferito che la tempistica di Capaci era stata preordinata per finalità che coincidono esattamente con quelle annunciate nel profetico articolo. Dunque, o l’autore aveva la sfera di cristallo, o conosceva alcuni aspetti della strategia stragista e aveva deciso di intervenire sul corso degli eventi con una comunicazione cifrata, comprensibile solo da chi era a parte del piano.  

L’agenzia Repubblica aveva pure anticipato il progetto globale in cui si inscriveva il delitto Lima. 
Esattamente. Il 19 marzo 1992, pochi giorni dopo l’assassinio di Salvo Lima (andreottiano come Sbardella,ndr), l’agenzia annunciò che l’omicidio era l’incipit di una complessa strategia della tensione “all’interno di una logica separatista e autonomista […] volta a consegnare il Sud alla mafia siciliana per divenire essa stessa Stato al fine di costituirsi come nuovo paradiso del Mediterraneo […] mediante un attacco diretto ai centri nevralgici di mediazione del sistema dei partiti popolari […].  Paradossalmente il federalismo del Nord avrebbe tutto l’interesse a lasciare sviluppare un’analoga forma organizzativa al Sud lasciando che si configuri come paradiso fiscale e crocevia di ogni forma di traffici e di impieghi produttivi, privi delle usuali forme di controllo, responsabili della compressione del reddito deriva-bile dalla diversificazione degli impieghi di capitale disponibile”.
Anni dopo Leonardo Messina rivelò alla magistratura e all’Antimafia il progetto politico secessionista di cui si era discusso nel summit di Enna su input di soggetti esterni che dovevano dare vita a una nuova formazione politica sostenuta da “vari segmenti dell’imprenditoria, delle istituzioni e della politica”. Come faceva l’autore dell’articolo a sapere ciò che anni dopo avrebbe svelato Messina? È come se circolassero informazioni in uncircuito separato e parallelo a quello destinato alla massa. Un circuito soprastante alla base mafiosa, delegata ad eseguire la parte militare del piano, e interno alla mente politica collettiva che quel piano aveva concepito, anche se poi quel piano mutò in corso d’opera per una serie di eventi sopravvenuti, e si puntò così ad una diversa soluzione incruenta.
In questo quadro c’è poi da chiedersi perché, in un’intervista del 1999, il professor Miglio, ex teorico della Lega Nord, dichiarò parlando dei fatti dei primi anni ‘90: “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”.
 
Andiamo avanti. 

L’ex neofascista Elio Ciolini, già coinvolto nelle indagini sulla strage di Bologna, il 4 marzo 1992 scrisse una lettera dal carcere al giudice Leonardo Grassi per anticipargli che “nel periodo marzo-luglio” si sarebbero verificati fatti per destabilizzare l’ordine pubblico con esplosioni dinamitarde e omicidi politici. Puntualmente il 12 marzo fu ucciso Lima e nel maggio e luglio ci furono le stragi di Capaci e via D’Amelio. Il 18 marzo Ciolini aggiunse che il piano eversivo era di “matrice masso-politico-mafiosa”, come rivelarono poi alcuni collaboratori di giustizia, e preannunciò un’operazione terroristica contro un leader del Psi. Anni dopo accertammo che era stato progettato l’omicidio di Claudio Martelli, fallito per alcuni imprevisti.  
  
Chi manca, alla “lista della spesa”? Quanti si celavano dietro la sigla della “Falange armata” i quali, pochi giorni dopo le dimissioni di Martelli da ministro perché coinvolto nelle indagini sul conto segreto svizzero “Protezione” a seguito delle dichiarazioni rese da Silvano Larini (il 9.2.1993) e da Licio Gelli (il 17.2.1993), diffusero il 21 aprile 1993 un comunicato per invitare Martelli a non fare la vittima e ad essere “grato alla sorte che anche per lui si sia potuta perseguire la via politica invece che quella militare”; e poi per lanciare avvertimenti a Spadolini, Mancino e Parisi, annunciando future azioni. Pochi mesi dopo, la manovra dello scandalo dei fondi neri del Sisde indusse Parisi a dimettersi, fece vacillare il ministro Mancino e anche il presidente Scalfaro, il quale denunciò che dietro quella vicenda si muovevano oscuri progetti di destabilizzazione politica.  
  
E poi? L’elenco sarebbe molto lungo e coinvolgerebbe tanti soggetti di quali non posso parlare, visti i limiti che derivano dal mio ruolo. Possiamo forse aggiungere alcuni di coloro che hanno concepito il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio: cioè la costruzione a tavolino, tramite falsi pentiti, di una versione minimalista che ha “tarato” le indagini verso il basso, circoscrivendola a una banda di piccoli criminali comeScarantino, e garantendo intorno ad essa un muro impenetrabile di omertà che ha retto fino a un paio di anni fa, cioè alle dichiarazioni autoaccusatorie di Spatuzza. Poi, se i riscontri dovessero confermare le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ci sono i vari “signor Franco” o “signor Carlo” che affiancarono suo padre Vito facendo da cerniera tra mondo mafioso e mondi superiori durante le stragi. E inoltre quanti garantirono a Provenzano, garante della soluzione politica alternativa a quella cruenta di Riina, di muoversi per anni liberamente per l’Italia e di visitare Vito Ciancimino gli arresti domiciliari. Poi coloro che fecero sparire l’agenda rossa di Borsellino. E tanti altri...
 
Come gli ufficiali del Ros Mori e De Donno, ora imputati per la mancata cattura di Provenzano dopo la trattativa che portò all’arresto di Riina, con annessa mancata perquisizione del covo e sparizione delle carte segrete del boss. E i superiori militari e politici che autorizzarono quella “trattativa”. 
Non posso rispondere. Sono fatti ancora oggetto di indagini in corso.  
  
Su questa convergenza di ambienti e interessi lei, a Palermo, aveva avviato l’indagine “Sistema criminale”, poi in parte archiviata. Che cos’è il sistema criminale? 
Quello che abbiamo appena sintetizzato. Un sistema composto da esponenti di mondi diversi, tutti rimasti orfani dopo la caduta del Muro di Berlino delle passate protezioni, all’ombra delle quali avevano potuto coltivare i più svariati interessi economici e criminali, tra questi anche la mafia militare sino ad allora tollerata come anticorpo contro il pericolo comunista. Questi mondi intercomunicanti attraverso uomini cerniera erano accomunati da un interesse convergente: destabilizzare il sistema agonizzante della Prima Repubblica e impedire un ricambio politico radicale ai vertici del Paese con l’avvento delle sinistre al potere (la “gioiosa macchina da guerra”). Ciò doveva avvenire mediante la creazione di un nuovo soggetto politico che avrebbe dovuto conquistare il potere mediante un’articolata strategia che si snodava contemporaneamente sul piano militare e politico. La nostra ipotesi, almeno sul piano storico, esce sempre più confermata dalle recenti scoperte investigative. Nella stagione delle stragi si muovono molteplici operatori che poi si dividono i compiti. Chi concepisce il piano, chi lo realizza a livello militare, chi organizza la disinformazione e chi i depistaggi. Basterebbe che cominciasse a parlare qualcuno che conosce anche solo la sua parte, per consentirci enormi passi avanti nella ricerca della verità. Ma, finora, non parla nessuno.
  
Bè, mafiosi come Spatuzza e figli di mafiosi come Massimo Ciancimino parlano. E costringono a ricordare qualche esponente delle istituzioni: gli improvvisi lampi di memoria di alcuni politici, dopo 17-18 anni, sul ruolo di Mori durante la “trattativa” con Ciancimino fanno pensare che tanti a Roma sappiano molto, se non tutto...   Anche qui preferisco non addentrarmi in vicende specifiche, tuttora oggetto di indagini e processi. Prescindendo da casi specifici, vista dall’alto la tragica sequenza degli avvenimenti di quegli anni fa pensare al “gioco grande” di cui parlava Falcone: l’ennesimo gigantesco war game giocato all’interno di alcuni settori della nomenclatura del potere nazionale sulla pelle di tanti innocenti. Un war game trasversale combattuto anche a colpi di segnali, messaggi trasversali, avvertimenti in codice, veti incrociati e ricatti sotterranei: non potendo parlare esplicitamente tutti erano costretti a comunicare con linguaggi cifrati.

Perché dice “ennesimo war game”? 
Tutta la storia repubblicana è segnata dal “gioco grande” celato dietro progetti di colpi di Stato   poi rientrati (dal golpe Borghese al piano Solo) e stragi caratterizzate da depistaggi provenienti da apparati statali: da Portella della Ginestra alla strage di Bologna alle stragi del 1992-93. Perciò la questione criminale in Italia è inestricabilmente intrecciata con la storia nazionale e con la questione stessa dello Stato e della democrazia.

Possibile che, in un Paese debole di prostata dove nessuno si tiene niente, i segreti sulle stragi custoditi da tanta gente tanto eterogenea restino impenetrabili a quasi vent’anni di distanza? Molte stragi d’Italia nascondono retroscena che coinvolgono decine, se non centinaia di persone. Pensi aPortella della Ginestra: la banda Giuliano, i mafiosi, i servizi segreti, esponenti delle Forze dell’ordine, il ministero dell’Interno. Pensi alle stragi della destra eversiva. Così quelle politico-mafiose del 1992-93. La storia insegna che quando un segreto dura nel tempo sebbene condiviso da decine e decine di persone, è il segno che su quel segreto è impresso il sigillo del potere. Un potere che cavalca la storia riproducendosi nelle sue componenti fondamentali e che eleva intorno al proprio operato un muro invalicabile di omertà, perché è così forte da poter depistare le indagini, alimentare la disinformazione, distruggere la vita delle persone, riuscendo a raggiungerle e a eliminarle anche nel carcere più protetto. Come Gaspare Pisciotta, testimone scomodo ucciso all’Ucciardone con un caffè alla stricnina, e a un’altra decina di persone al corrente dei segreti retrostanti la strage di Portella. E come Ermanno Buzzi, condannato in primo grado per la strage di Brescia e strangolato in carcere. Resta inquietante lo strano suicidio in   carcere nel 1993 di Nino Gioè, appena arrestato e sospettato per Capaci, dopo strani incontri con agenti dei servizi e una strana trattativa avviata con Paolo Bellini, coinvolto in indagini sull’eversione nera negli anni 70, per aprire un canale con Cosa Nostra. Ed è inquietante che Nino Giuffrè, braccio destro di Provenzano, abbia raccontato di essere stato invitato a suicidarsi nel 2005, subito dopo l’inizio della sua collaborazione, ancora segretissima. Il muro dell’omertà comincia a fessurarsi solo quando il sistema di potere entra in crisi.
 
È per questo che oggi si aprono spiragli importanti di verità? 
Presto per dirlo, ma ancora una volta la lezione della storia ce lo insegna. Quando la Prima Repubblica era potente, Buscetta, Marino Mannoia e altri collaboratori rifiutarono di raccontare a Falcone i rapporti mafia-politica: iniziarono a svelarli solo nel ‘92, quando quel sistema crollò, o meglio sembrò fosse crollato.

Oggi il governo appena qualcuno torna a parlare, vedi Spatuzza, gli nega il programma di protezione. Che messaggio è? 
Quella decisione è stata presa contro il voto di dissenso dei magistrati della Procura nazionale antimafia che fanno parte della Commissione sui collaboratori di giustizia e contro il parere concorde dei magistrati di ben tre Procure della Repubblica antimafia: Caltanissetta, Palermo e Firenze. Intorno al caso Spatuzza e sul fronte delle indagini sulle stragi si è verificata una spaccatura assolutamente inedita tra magistrati e gli altri componenti della Commissione. Proprio perché non si tratta di una scelta di routine e proprio a causa di questa spaccatura, quella decisione in un mondo come quello mafioso che vive di segnali può essere equivocata e letta in modo distorto: nel senso che lo Stato in questo momento non è compatto nel voler conoscere la verità sulle stragi. Naturalmente non è affatto così, le motivazioni del dissenso sono di tipo giuridico, ma è innegabile che il pericolo esista.

Dunque hanno ragione i pm di Caltanissetta quando dicono in Antimafia che la politica non è pronta a fronteggiare l’onda d’urto delle nuove verità sulle stragi? A me risulta che le loro dichiarazioni sono state riportate dalla stampa in modo inesatto. In ogni caso, sulle stragi e i loro retroscena abbiamo oggi un’occasione più unica che rara, forse l’ultima, per raccontare unastoria collettiva sepolta da quasi vent’anni di oblio organizzato. Per restituire al Paese la sua verità e aiutarlo a divenire finalmente adulto. Se non dovessimo farcela neppure stavolta, non ci resterebbe che fare nostra un’amara considerazione di Martin Luther King: “Alla fine non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici”. 
(Nella foto: Roberto Scarpinato)

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Marco Travaglio intervista il dott. Roberto Scarpinato procuratore generale a Cltanissetta

 scarpinatoda Il Fatto Quotidiano, 24 luglio 2010
Dottor Roberto Scarpinato, come nuovo procuratore generale a Caltanissetta lei dovrà occuparsi dell’iter della revisione del processo per la strage di via D’Amelio, che a quanto pare ha condannato definitivamente almeno sette persone innocenti, di cui tre si erano autoaccusate falsamente. Ora, sulle stragi del 1992-93, i suoi colleghi di Palermo e Caltanissetta dicono che siamo prossimi a una verità che la classe politica potrebbe non reggere. Qual è la sua opinione? 
Proprio a causa del mio nuovo ruolo non posso entrare nel merito di indagini e processi in corso. Mi limito a un sommario inventario che induce a ritenere che i segreti del multiforme sistema criminale che pianificò e realizzò la strategia terroristico-mafiosa del 1992-93 siano a conoscenza, in tutto o in parte, di circa un centinaio di persone. E tutte, dalla prima all’ultima, continuano a custodirli dietro una cortina impenetrabile. 

E chi sarebbero tutte queste persone?   
Partiamo dai mafiosi doc: Riina, Provenzano, i Graviano, Messina Denaro, Bagarella, Agate, i Madonia di Palermo, Giuseppe Madonia di Caltanissetta, Ganci padre e figlio, Santapaola e tutti gli altri boss della “commissione regionale” di Cosa Nostra che si riunirono a fine 1991 per alcuni giorni in un casale delle campagne di Enna per progettare la strategia stragista. Una trentina di boss che poi riferirono le decisioni in tutto o in parte ai loro uomini di fiducia. Altre decine di persone. Nessuno di loro ha mai detto una parola sul piano eversivo globale. Le notizie che abbiamo ce le hanno fornite uomini d’onore che le avevano apprese in via confidenziale da alcuni partecipanti al vertice, come Leonardo Messina, Maurizio Avola, Filippo Malvagna. Altri a conoscenza del piano sono stati soppressi poco prima che iniziassero a collaborare, come Luigi Ilardo, o sono stati trovati morti nella loro cella, come Antonino Gioè. Agli esecutori materiali delle stragi o di delitti satellite, i vertici mafiosi in genere non rivelavano i retroscena politici del piano stragista, si limitavano a fornire spiegazioni di causali elementari e di copertura. Aggiungiamo i vertici della ndrangheta che, come hanno rivelato vari collaboratori,tennero nello stesso periodo una riunione analoga nel santuario di Polsi.   

Chi altri sa? 
È da supporre una serie di personaggi che anticiparono gli eventi che poi puntualmente si verificarono. L’agenzia di stampa “Repubblica” vicina a Vittorio Sbardella, ex leader degli andreottiani romani (nulla a che vedere col quotidiano omonimo) scrisse 24 ore prima di Capaci che di lì a poco si sarebbe verificato “un bel botto” nell’ambito di una strategia della tensione finalizzata a far eleggere un outsider come presidente della Repubblica al posto del favoritissimo Andreotti. Il che puntualmente avvenne, così Andreotti fu costretto a farsi da parte e venne eletto Scalfaro. Anni dopo Giovanni Brusca ha riferito che la tempistica di Capaci era stata preordinata per finalità che coincidono esattamente con quelle annunciate nel profetico articolo. Dunque, o l’autore aveva la sfera di cristallo, o conosceva alcuni aspetti della strategia stragista e aveva deciso di intervenire sul corso degli eventi con una comunicazione cifrata, comprensibile solo da chi era a parte del piano.   

L’agenzia Repubblica aveva pure anticipato il progetto globale in cui si inscriveva il delitto Lima. 
Esattamente. Il 19 marzo 1992, pochi giorni dopo l’assassinio di Salvo Lima (andreottiano come Sbardella,ndr), l’agenzia annunciò che l’omicidio era l’incipit di una complessa strategia della tensione “all’interno di una logica separatista e autonomista […] volta a consegnare il Sud alla mafia siciliana per divenire essa stessa Stato al fine di costituirsi come nuovo paradiso del Mediterraneo […] mediante un attacco diretto ai centri nevralgici di mediazione del sistema dei partiti popolari […].  Paradossalmente il federalismo del Nord avrebbe tutto l’interesse a lasciare sviluppare un’analoga forma organizzativa al Sud lasciando che si configuri come paradiso fiscale e crocevia di ogni forma di traffici e di impieghi produttivi, privi delle usuali forme di controllo, responsabili della compressione del reddito deriva-bile dalla diversificazione degli impieghi di capitale disponibile”. 
Anni dopo Leonardo Messina rivelò alla magistratura e all’Antimafia il progetto politico secessionista di cui si era discusso nel summit di Enna su input di soggetti esterni che dovevano dare vita a una nuova formazione politica sostenuta da “vari segmenti dell’imprenditoria, delle istituzioni e della politica”. Come faceva l’autore dell’articolo a sapere ciò che anni dopo avrebbe svelato Messina? È come se circolassero informazioni in uncircuito separato e parallelo a quello destinato alla massa. Un circuito soprastante alla base mafiosa, delegata ad eseguire la parte militare del piano, e interno alla mente politica collettiva che quel piano aveva concepito, anche se poi quel piano mutò in corso d’opera per una serie di eventi sopravvenuti, e si puntò così ad una diversa soluzione incruenta.
In questo quadro c’è poi da chiedersi perché, in un’intervista del 1999, il professor Miglio, ex teorico della Lega Nord, dichiarò parlando dei fatti dei primi anni ‘90: “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”. 
 
Andiamo avanti. 

L’ex neofascista Elio Ciolini, già coinvolto nelle indagini sulla strage di Bologna, il 4 marzo 1992 scrisse una lettera dal carcere al giudice Leonardo Grassi per anticipargli che “nel periodo marzo-luglio” si sarebbero verificati fatti per destabilizzare l’ordine pubblico con esplosioni dinamitarde e omicidi politici. Puntualmente il 12 marzo fu ucciso Lima e nel maggio e luglio ci furono le stragi di Capaci e via D’Amelio. Il 18 marzo Ciolini aggiunse che il piano eversivo era di “matrice masso-politico-mafiosa”, come rivelarono poi alcuni collaboratori di giustizia, e preannunciò un’operazione terroristica contro un leader del Psi. Anni dopo accertammo che era stato progettato l’omicidio di Claudio Martelli, fallito per alcuni imprevisti.   
   
Chi manca, alla “lista della spesa”? Quanti si celavano dietro la sigla della “Falange armata” i quali, pochi giorni dopo le dimissioni di Martelli da ministro perché coinvolto nelle indagini sul conto segreto svizzero “Protezione” a seguito delle dichiarazioni rese da Silvano Larini (il 9.2.1993) e da Licio Gelli (il 17.2.1993), diffusero il 21 aprile 1993 un comunicato per invitare Martelli a non fare la vittima e ad essere “grato alla sorte che anche per lui si sia potuta perseguire la via politica invece che quella militare”; e poi per lanciare avvertimenti a Spadolini, Mancino e Parisi, annunciando future azioni. Pochi mesi dopo, la manovra dello scandalo dei fondi neri del Sisde indusse Parisi a dimettersi, fece vacillare il ministro Mancino e anche il presidente Scalfaro, il quale denunciò che dietro quella vicenda si muovevano oscuri progetti di destabilizzazione politica.   
   
E poi? L’elenco sarebbe molto lungo e coinvolgerebbe tanti soggetti di quali non posso parlare, visti i limiti che derivano dal mio ruolo. Possiamo forse aggiungere alcuni di coloro che hanno concepito il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio: cioè la costruzione a tavolino, tramite falsi pentiti, di una versione minimalista che ha “tarato” le indagini verso il basso, circoscrivendola a una banda di piccoli criminali comeScarantino, e garantendo intorno ad essa un muro impenetrabile di omertà che ha retto fino a un paio di anni fa, cioè alle dichiarazioni autoaccusatorie di Spatuzza. Poi, se i riscontri dovessero confermare le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ci sono i vari “signor Franco” o “signor Carlo” che affiancarono suo padre Vito facendo da cerniera tra mondo mafioso e mondi superiori durante le stragi. E inoltre quanti garantirono a Provenzano, garante della soluzione politica alternativa a quella cruenta di Riina, di muoversi per anni liberamente per l’Italia e di visitare Vito Ciancimino gli arresti domiciliari. Poi coloro che fecero sparire l’agenda rossa di Borsellino. E tanti altri... 
  
Come gli ufficiali del Ros Mori e De Donno, ora imputati per la mancata cattura di Provenzano dopo la trattativa che portò all’arresto di Riina, con annessa mancata perquisizione del covo e sparizione delle carte segrete del boss. E i superiori militari e politici che autorizzarono quella “trattativa”. 
Non posso rispondere. Sono fatti ancora oggetto di indagini in corso.   
   
Su questa convergenza di ambienti e interessi lei, a Palermo, aveva avviato l’indagine “Sistema criminale”, poi in parte archiviata. Che cos’è il sistema criminale? 
Quello che abbiamo appena sintetizzato. Un sistema composto da esponenti di mondi diversi, tutti rimasti orfani dopo la caduta del Muro di Berlino delle passate protezioni, all’ombra delle quali avevano potuto coltivare i più svariati interessi economici e criminali, tra questi anche la mafia militare sino ad allora tollerata come anticorpo contro il pericolo comunista. Questi mondi intercomunicanti attraverso uomini cerniera erano accomunati da un interesse convergente: destabilizzare il sistema agonizzante della Prima Repubblica e impedire un ricambio politico radicale ai vertici del Paese con l’avvento delle sinistre al potere (la “gioiosa macchina da guerra”). Ciò doveva avvenire mediante la creazione di un nuovo soggetto politico che avrebbe dovuto conquistare il potere mediante un’articolata strategia che si snodava contemporaneamente sul piano militare e politico. La nostra ipotesi, almeno sul piano storico, esce sempre più confermata dalle recenti scoperte investigative. Nella stagione delle stragi si muovono molteplici operatori che poi si dividono i compiti. Chi concepisce il piano, chi lo realizza a livello militare, chi organizza la disinformazione e chi i depistaggi. Basterebbe che cominciasse a parlare qualcuno che conosce anche solo la sua parte, per consentirci enormi passi avanti nella ricerca della verità. Ma, finora, non parla nessuno. 
   
Bè, mafiosi come Spatuzza e figli di mafiosi come Massimo Ciancimino parlano. E costringono a ricordare qualche esponente delle istituzioni: gli improvvisi lampi di memoria di alcuni politici, dopo 17-18 anni, sul ruolo di Mori durante la “trattativa” con Ciancimino fanno pensare che tanti a Roma sappiano molto, se non tutto...   Anche qui preferisco non addentrarmi in vicende specifiche, tuttora oggetto di indagini e processi. Prescindendo da casi specifici, vista dall’alto la tragica sequenza degli avvenimenti di quegli anni fa pensare al “gioco grande” di cui parlava Falcone: l’ennesimo gigantesco war game giocato all’interno di alcuni settori della nomenclatura del potere nazionale sulla pelle di tanti innocenti. Un war game trasversale combattuto anche a colpi di segnali, messaggi trasversali, avvertimenti in codice, veti incrociati e ricatti sotterranei: non potendo parlare esplicitamente tutti erano costretti a comunicare con linguaggi cifrati. 

Perché dice “ennesimo war game”? 
Tutta la storia repubblicana è segnata dal “gioco grande” celato dietro progetti di colpi di Stato   poi rientrati (dal golpe Borghese al piano Solo) e stragi caratterizzate da depistaggi provenienti da apparati statali: da Portella della Ginestra alla strage di Bologna alle stragi del 1992-93. Perciò la questione criminale in Italia è inestricabilmente intrecciata con la storia nazionale e con la questione stessa dello Stato e della democrazia. 

Possibile che, in un Paese debole di prostata dove nessuno si tiene niente, i segreti sulle stragi custoditi da tanta gente tanto eterogenea restino impenetrabili a quasi vent’anni di distanza? Molte stragi d’Italia nascondono retroscena che coinvolgono decine, se non centinaia di persone. Pensi aPortella della Ginestra: la banda Giuliano, i mafiosi, i servizi segreti, esponenti delle Forze dell’ordine, il ministero dell’Interno. Pensi alle stragi della destra eversiva. Così quelle politico-mafiose del 1992-93. La storia insegna che quando un segreto dura nel tempo sebbene condiviso da decine e decine di persone, è il segno che su quel segreto è impresso il sigillo del potere. Un potere che cavalca la storia riproducendosi nelle sue componenti fondamentali e che eleva intorno al proprio operato un muro invalicabile di omertà, perché è così forte da poter depistare le indagini, alimentare la disinformazione, distruggere la vita delle persone, riuscendo a raggiungerle e a eliminarle anche nel carcere più protetto. Come Gaspare Pisciotta, testimone scomodo ucciso all’Ucciardone con un caffè alla stricnina, e a un’altra decina di persone al corrente dei segreti retrostanti la strage di Portella. E come Ermanno Buzzi, condannato in primo grado per la strage di Brescia e strangolato in carcere. Resta inquietante lo strano suicidio in   carcere nel 1993 di Nino Gioè, appena arrestato e sospettato per Capaci, dopo strani incontri con agenti dei servizi e una strana trattativa avviata con Paolo Bellini, coinvolto in indagini sull’eversione nera negli anni 70, per aprire un canale con Cosa Nostra. Ed è inquietante che Nino Giuffrè, braccio destro di Provenzano, abbia raccontato di essere stato invitato a suicidarsi nel 2005, subito dopo l’inizio della sua collaborazione, ancora segretissima. Il muro dell’omertà comincia a fessurarsi solo quando il sistema di potere entra in crisi. 
  
È per questo che oggi si aprono spiragli importanti di verità? 
Presto per dirlo, ma ancora una volta la lezione della storia ce lo insegna. Quando la Prima Repubblica era potente, Buscetta, Marino Mannoia e altri collaboratori rifiutarono di raccontare a Falcone i rapporti mafia-politica: iniziarono a svelarli solo nel ‘92, quando quel sistema crollò, o meglio sembrò fosse crollato. 

Oggi il governo appena qualcuno torna a parlare, vedi Spatuzza, gli nega il programma di protezione. Che messaggio è? 
Quella decisione è stata presa contro il voto di dissenso dei magistrati della Procura nazionale antimafia che fanno parte della Commissione sui collaboratori di giustizia e contro il parere concorde dei magistrati di ben tre Procure della Repubblica antimafia: Caltanissetta, Palermo e Firenze. Intorno al caso Spatuzza e sul fronte delle indagini sulle stragi si è verificata una spaccatura assolutamente inedita tra magistrati e gli altri componenti della Commissione. Proprio perché non si tratta di una scelta di routine e proprio a causa di questa spaccatura, quella decisione in un mondo come quello mafioso che vive di segnali può essere equivocata e letta in modo distorto: nel senso che lo Stato in questo momento non è compatto nel voler conoscere la verità sulle stragi. Naturalmente non è affatto così, le motivazioni del dissenso sono di tipo giuridico, ma è innegabile che il pericolo esista. 

Dunque hanno ragione i pm di Caltanissetta quando dicono in Antimafia che la politica non è pronta a fronteggiare l’onda d’urto delle nuove verità sulle stragi? A me risulta che le loro dichiarazioni sono state riportate dalla stampa in modo inesatto. In ogni caso, sulle stragi e i loro retroscena abbiamo oggi un’occasione più unica che rara, forse l’ultima, per raccontare unastoria collettiva sepolta da quasi vent’anni di oblio organizzato. Per restituire al Paese la sua verità e aiutarlo a divenire finalmente adulto. Se non dovessimo farcela neppure stavolta, non ci resterebbe che fare nostra un’amara considerazione di Martin Luther King: “Alla fine non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici”.  
(Nella foto: Roberto Scarpinato)

martedì 20 luglio 2010

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Anno IV, n° 120 - 16.07.2010
serre fotovoltaicheSerre fotovoltaiche: intesa tra Regione e associazioni 
"La promozione e l'utilizzo del fotovoltaico in agricoltura, e in particolare sulle serre produttive è uno dei punti decisivi della grande riforma in agricoltura che la Giunta sta portando avanti e lo strumento essenziale per concretizzare la multifunzionalità energetica, garantendo un'integrazione del reddito". Così ha detto Prato.
Assessore Manca conferenza stampa Fondo MicrocreditoMicrocredito, arrivate quasi 2.000 domande: superato il plafond 
Le richieste di contributo (da un minimo di 5mila a un massimo di 25mila euro a tasso zero, da restituire in cinque anni) hanno sfondato la quota di 46 milioni di euro ma, come ha precisato Manca, bisogna tenere conto di un fisiologico 10-15 per cento di "non conformità" che non consentiranno di accedere al microcredito.
Sassari Lavori pubblici, prima casa: finanziate tutte le domande di contributi 
"Abbiamo raggiunto un risultato importante e realizzato un impegno preso all'inizio di quest'anno - ha dichiarato l'assessore dei Lavori Pubblici Angelo Carta -. La dotazione finanziaria aggiuntiva, prevista dalla Giunta regionale, ci ha consentito di soddisfare tutte le domande ammissibili presentate dai cittadini".
Ussassai Sa coia antiga ScialleLe adesioni per la manifestazione "Italian Expo" di Chicago 
Occasione importante per le imprese italiane che vogliono instaurare rapporti commerciali negli Stati Uniti. Italian Expo, infatti, è un salone espositivo concepito per promuovere l'eccellenza dello stile italiano nei campi della moda, design, agroalimentare e turismo.
pannelli fotovoltaiciPubblicato l'elenco dei beneficiari del bando fotovoltaico 2009 
Quasi 5 milioni di euro alle persone fisiche e ai soggetti giuridici privati diversi dalle imprese per la realizzazione in Sardegna di impianti di produzione di energia da fonte fotovoltaica. Il contributo è compatibile con gli incentivi statali, il cosiddetto "conto energia".
casa, edilizia, abitazioneLa seconda graduatoria definitiva dei contributi a fondo perduto per la prima casa 
1728 le domande inserite nella graduatoria redatta dal Servizio Edilizia residenziale dell'Assessorato dei Lavori pubblici, di cui 845 ammesse e 883 ammissibili. Disponibile anche l'elenco delle domande escluse.
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Serre fotovoltaiche: intesa tra Regione, associazioni agricole e industriali

Serre fotovoltaiche: intesa tra Regione, associazioni agricole e industriali
"La promozione e l’utilizzo del fotovoltaico in agricoltura, e in particolare sulle serre produttive - spiega l’assessore Prato - è uno dei punti decisivi della grande riforma in agricoltura che la Giunta sta portando avanti e lo strumento essenziale per concretizzare la multifunzionalità energetica, garantendo così per le nostre imprese agricole un’integrazione del reddito aziendale e un abbattimento dei costi di produzione".
"La promozione e l’utilizzo del fotovoltaico in agricoltura, e in particolare sulle serre produttive - spiega l’assessore Prato - è uno dei punti decisivi della grande riforma in agricoltura che la Giunta sta portando avanti e lo strumento essenziale per concretizzare la multifunzionalità energetica, garantendo così per le nostre imprese agricole un’integrazione del reddito aziendale e un abbattimento dei costi di produzione".
serre fotovoltaicheAscolta la notiziaAscolta la notizia

CAGLIARI, 13 LUGLIO 2010 - Fronte compatto tra Regione e mondo agricolo per l’introduzione del fotovoltaico in agricoltura. Al termine di un vertice convocato ieri a Cagliari dall’assessore dell’Agricoltura Andrea Prato, Coldiretti, Confagricoltura, il Comitato regionale per le energie rinnovabili (Enri) e i rappresentanti di Confindustria e Api Sarda hanno condiviso la bozza del documento che l’assessorato ha predisposto e che fornisce ulteriori chiarimenti e di semplificazione sulle serre fotovoltaiche, sui relativi requisiti e sui criteri per la loro realizzazione. Inoltre, un gruppo di lavoro specifico dell’assessorato sta operando per definire e snellire le procedure di autorizzazione. L’obiettivo è ottenere per il comparto 500 megawatt e il massimo incentivo del Conto energia.

"La promozione e l’utilizzo del fotovoltaico in agricoltura, e in particolare sulle serre produttive - spiega l’assessore Prato - è uno dei punti decisivi della grande riforma in agricoltura che la Giunta sta portando avanti e lo strumento essenziale per concretizzare la multifunzionalità energetica, garantendo così per le nostre imprese agricole un’integrazione del reddito aziendale e un abbattimento dei costi di produzione. L’incontro di ieri è servito per condividere strategia e soprattutto le linee guida da mettere in campo in materia. Tutti hanno convenuto che potranno essere autorizzate le serre fotovoltaiche solo per chi svolge direttamente l'attività agricola o abbia la qualifica di socio di maggioranza negli organismi societari produttori, evitando così dannose speculazioni, e gli impianti serricoli produttivi con un livello di illuminamento pari o superiore al 75%".

Soddisfazione per il lavoro dell’assessorato è stata espressa dai rappresentanti dell’Enri, e in particolare per aver cercato la concertazione sul documento e sulle procedure di autorizzazione.
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CAGLIARI, 13 LUGLIO 2010 - Fronte compatto tra Regione e mondo agricolo per l’introduzione del fotovoltaico in agricoltura. Al termine di un vertice convocato ieri a Cagliari dall’assessore dell’Agricoltura Andrea Prato, Coldiretti, Confagricoltura, il Comitato regionale per le energie rinnovabili (Enri) e i rappresentanti di Confindustria e Api Sarda hanno condiviso la bozza del documento che l’assessorato ha predisposto e che fornisce ulteriori chiarimenti e di semplificazione sulle serre fotovoltaiche, sui relativi requisiti e sui criteri per la loro realizzazione. Inoltre, un gruppo di lavoro specifico dell’assessorato sta operando per definire e snellire le procedure di autorizzazione. L’obiettivo è ottenere per il comparto 500 megawatt e il massimo incentivo del Conto energia.

"La promozione e l’utilizzo del fotovoltaico in agricoltura, e in particolare sulle serre produttive - spiega l’assessore Prato - è uno dei punti decisivi della grande riforma in agricoltura che la Giunta sta portando avanti e lo strumento essenziale per concretizzare la multifunzionalità energetica, garantendo così per le nostre imprese agricole un’integrazione del reddito aziendale e un abbattimento dei costi di produzione. L’incontro di ieri è servito per condividere strategia e soprattutto le linee guida da mettere in campo in materia. Tutti hanno convenuto che potranno essere autorizzate le serre fotovoltaiche solo per chi svolge direttamente l'attività agricola o abbia la qualifica di socio di maggioranza negli organismi societari produttori, evitando così dannose speculazioni, e gli impianti serricoli produttivi con un livello di illuminamento pari o superiore al 75%".

Soddisfazione per il lavoro dell’assessorato è stata espressa dai rappresentanti dell’Enri, e in particolare per aver cercato la concertazione sul documento e sulle procedure di autorizzazione.

Autonomia, federalismo, sovranità secondo Claudia Lombardo

Autonomia, federalismo, sovranità secondo Claudia Lombardo

Di questi tempi piace la moda delle riscritture. C'è chi si riscrive il corpo con i tatuaggi, chi si riscrive una vita nel modo virtuale, chi riscrive Bibbie e Vangeli e chi - patendo per non poter agire altrimenti - le spara grosse sulla necessità di riscrivere la Carta Costituzionale o lo Statuto regionale.
Leggo dalle agenzie dell'intervento della presidente del Consiglio regionale Claudia Lombardo ad Abbasanta al Convegno organizzato da Cgil, Cisl e Uil Federalismo, Autonomia, Sovranità: un nuovo Patto Costituzionale per la Sardegna.
"E' il momento di rivendicare, per la nostra isola, una accresciuta personalità giuridica, fondata sulla profonda consapevolezza che l'autonoma determinazione sia l'unico strumento che può creare, all'interno del nostro ordinamento statale, le migliori condizioni affinché una regione insulare possa recuperare i ritardi infrastrutturali derivanti dalla particolare condizione geografica. Dunque, e' urgente, riscrivere lo Statuto sardo". Dice la nostra Presidente.
Eureka! Esclamo come finalmente liberata dalle restrizioni dell'ortodossia che per decenni deve avermi accecata. E vengo colta da un'inattesa illuminazione. Ecco il problema vero della Sardegna: si tratta di riscrivere lo Statuto sardo, riscriverlo dall'inizio, sia chiaro, partendo dal foglio bianco.
Ed io che ero certa che l'autonomia dovesse essere esercitata più che nuovamente rivendicata e che il nuovo articolo 8 dello statuto regionale voluto dalla precedente legislatura di centrosinistra avrebbe obbligato il governo centrale, tenuto al rispetto delle norme e degli impegni, a trasferirci le risorse che ci spettano. Ma soprattutto non avrei mai dubitato che gli amministratori regionali, di qualsiasi parte politica, non si sarebbero battuti per assicurare le entrate che spettano di diritto alla Sardegna. Entrate che, a seconda di come si chiuderà la riforma federalista, potrebbero rappresentare la nostra ancora di salvataggio.
Evidentemente però ad alcuni sfugge che l'autoderminazione non si accontenta di una manciata di noccioline e che l'attuazione del federalismo richiede tutte - e forse ancor di più - quelle risorse che il governo di Roma sta decidendo di sottrarre alle regioni e alle amministrazioni locali.
Certo, non posso imputare ad altro che a un lapsus il silenzio assordante e complice dei presidenti Cappellacci e Lombardo di fronte al governo nazionale che tiene nell'incertezza il concreto trasferimento delle risorse della Sardegna. Ed è certo per una svista se in commissione bilancio, di cui sono vice-presidente, la maggioranza sta rilanciando il dibattito sulla necessità di norme di attuazione di cui non c'è alcun bisogno, dato che: "i tempi sono maturi - ha detto la presidente Lombardo ad Abbasanta - non possiamo dilungarci oltre, é già iniziato il conto alla rovescia".
Forse il countdown non era ancora iniziato quando i milioni dei fondi Fas destinati al recupero della Sardegna e a colmare i ritardi infrastrutturali sono stati regalati dal centrodestra regionale al governo nazionale.
Certo, che ci sia dell'originalità nel pensiero autonomista e federalista del centrodestra mi è parso lampante almeno da quando l'assessore Baire ha deciso di utilizzare fondi regionali destinati alla scuola per tappare i buchi delle sforbiciate della ministra Gelmini. Ma poi ho capito che questo modo di procedere non era isolato, ma una questione di metodo. Accipicchia, mi son detta, hanno trovato la norma di principio! E infatti lo stesso Presidente della Regione l'ha confermato: faccio quanto mi chiedono da Roma, ammette candido intorno alle tempeste che gli ronzano intorno.
Davvero i più vivi complimenti alla Presidente e al Presidente per aver saputo tracciare una tanto originale "via Sarda al federalismo" addirittura dotata di fermata intermedia. 
Nella fin troppo condivisa necessità di una riforma statutaria, finanche dopo l'appello di Abbasanta all'unità, non mi resta che sperare che Presidenti e maggioranza, da qui allo Statuto che verrà, si prodighino almeno perché l'esistente non continui ad essere così vergognosamente e malamente calpestato dal governo nazionale.
17 luglio 2010

lunedì 19 luglio 2010

Festa in autostrada-Avvento eccezionale nel NRW

Evvento eccezionale oggi nel NRW
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Da Dortmund a Duirsburg, autostrada A40 oggi niente auto niente qualsiasi altro mezzo a motore.
Tutti in bici pattini a piedi e altri trabicoli a pedali; C'erano persino delle birrerie a pedali.
Qualcuno dirá barole oggi a bevuto, invece no, tutto vero, si tratta di una specie di carro, nel mezzo ci sta un grande inpianto di birra alla spina refrigerante al punto giusto, due persone che spinano e servono, intorno tanto di bancone e seggiolini adeguati e collegati ai pedali, ogni uno come una normale bicicletta, d'avanti l'autista. Ogni uno quando si é fatto la sua fresca PILS scende e viene sostituito da un'altro. I clienti non mancano, L'autostrada A40 Dortmund-Duisburg, per 60 km ha potuto contare da questa mattina alle 10 sino alle diciassette qualche milione di persone in transito.
le due corsie verso Sud erano adebite al commercio e allo svago, ai concerti di ogni tipo sotto ogni cavalcavia, ai ristoranti mobili, alle tavolate lunghe centinai di metri. Vi assicuro che vi era di tutto, cori, bande musicali, spettacoli circensi, di ogni tipo, e tanta improvisazione da parte dei partecipanti, veramente stupefaccente.
Le corsie verso Nord a tratti nell'ora di punta, dalle 12 alle 14 erano intasate da migliaia di biciclette che per 60 chilometri diventano centinaia di migliaia, un ospettacolo incredibile, bellissimo l'averci partecipato con la mi montebike.

Per far si che l'evvento venisse realizzato, la macchina organizzatiiva si cominciata a muovere ieri sera alle 22, le forze dell'ordine hanno bloccato tutte le rampe di uscita e di accesso all'autostrada. Nel giro di due ore non vi transitava piú nessun mezzo. Dopo di che hanno comminciato a prendere posizione le postazione di socorso, vigili del fuoco, apparati della protezione civile, e altri servizi di aiuto civile. Ogni chilometro un'autotreno della societá di supermercati edeka avrebbe proveduto al ristoro dei ciclisti, con bevande fresche, frutta, biscotti. Inoltre una ventina di toilette mobili avrebbero dovuto servire per gli altri bisogni. Tutto perfetto. Tanto di conplimenti a tutti coloro che hanno favorito la riuscita di un'evente di queste proporzioni.

Per me giormata indimenticabile, con alcuni amici e amiche siamo entarti in autostrada alle 11 e ne siamo usciti alle cinque e mezza. Solo il tempo di ristorarci in tre tappe, poi Essen -Duisburg-Essen A40 tutta in bici andata e ritorno, 80 chilometri fantastici.
Autostrada A40 Essen-Duisburg

lunedì 28 giugno 2010

Brancher: telepatia da San Vittore - Marco Travaglio

Berlusconi e compagni di merende, Non fosse hanno mandato l'Italia sul lastrico meritavano una carriera strepitosa come attori comici! Quante risate! Ecco perché quegli del Bagaglino (Pippo Franco, Gullotta, Martufello e seguito) hanno chiuso, sono stati sostituiti dai veri politicanti di quest'Italia zoppa e sciancata per opera di Silvio Berlusconi e le varie mafie che infestano il sistema Italia.